La recente riforma dell’istruzione artistica vede i licei ormai giunti all’attivazione dei corsi propri degli indirizzi previsti. Superato lo step del primo biennio appena ultimato e sperimentata questa prima fase, occorrerebbe effettuare, com’è logico che sia, una valutazione complessiva.

Una valutazione che faccia espresso riferimento a due aspetti:

  • qual è il livello di concretizzazione raggiunto in termini didattici rispetto alle aspettative?
  • qual è il reale soddisfacimento della domanda di istruzione artistica intesa nel suo complesso da parte dell’utenza?

Occorre anche comprendere, individuare e quantificare quali possono essere, se necessarie, le modifiche o le correzioni da apporre alla riforma stessa.

Noi docenti di matrice I.S.A., in quanto operatori, abbiamo vissuto e sperimentato nei fatti questo primo biennio e ci siamo resi conto di alcuni aspetti. Nell’ambito dell’istruzione artistica la liceizzazione e la costituzione di istituti tecnici professionali sono rivolti ad utenze diversificate e ben precise.

L’una ha come obiettivo la formazione di figure deputate alla prosecuzione degli studi a livello superiore e l’altra tende a forgiare figure pronte per l’inserimento nell’ambito della produzione.

Nessuna di queste due forme dell’istruzione ha coperto o soddisfatto la domanda propria di quell’utenza che nel recente passato propendeva per la scelta degli Istituti d’Arte come luoghi deputati alla formazione di individui capaci di acquisire e possedere una sorta di doppio livello formativo: potersi introdurre nel modo della produzione di settore non solo come operatori ma anche come progettisti, seppur con cognizioni di causa e capacità legate ad una formazione di scuola media secondaria superiore.

A differenza degli altri studenti del comparto artistico gli studenti I.S.A. avevano ed hanno avuto la facoltà e la possibilità di sapersi muovere nell’ambito della produzione con la capacità di affrontare sia la progettazione, sia la realizzazione del prodotto.

Molti di loro hanno dimostrato che la formazione propria degli I.S.A. ha consentito anche di affrontare gli studi a livello universitario raggiungendo livelli più che soddisfacenti se non addirittura alti.

Se inserita nel mondo del lavoro questa tipologia di studenti era in grado di sopperire alla domanda di figura-quadro intermedia e polivalente proveniente dall’artigianato e dalla piccola impresa, ma, non solo, sono infiniti i casi in cui la loro formazione gli ha consentito di creare una propria impresa autonoma.

Oggi gli studenti che avrebbero optato per gli I.S.A. si sono distribuiti sia nei licei artistici, sia negli istituti tecnici o professionali, ma quella tipologia di studenti sembra non aver trovato la giusta collocazione in nessuno di essi.

A due anni dall’applicazione della riforma occorre chiedersi come risolvere tale questione: rivedere i piani di studi dei licei artistici e degli istituti tecnici reinserendo discipline che hanno dimostrato in passato di essere fondanti per la formazione dei futuri creativi o rivalutare l’esistenza degli I.S.A. salvaguardandoli e reinserendoli nell’ambito dell’istruzione artistica?

A quanto sopra espresso vanno aggiunte altrettante importanti considerazioni.

I 233 I.S.A. sono una struttura per la formazione di matrice prettamente italiana ed è molto difficile individuarne, seppur di similari, in Europa e altrove.

Gli I.S.A. sono un ambito della formazione da sempre, sin dalla loro origine, legato ai bacini produttivi di molte zone dell’Italia in cui prevalgono valenze diversificate e prevalentemente legate alla progettazione ed alla lavorazione di materiali indigeni.

Gli I.S.A. hanno formato e forgiato gli artigiani che hanno tenuto e tengono viva ed in vita la tradizione che ha dato luogo al made in Italy, capaci di raggiungere livelli alti in termini di qualità del prodotto.

Basta scorrere l’elenco delle città in cui sono ancora oggi insediati gli I.S.A. per capire quanto sia profondo il legame di questo tipo di istruzione con il luogo in cui sono collocati; luoghi particolari in cui è forte la presenza della materia prima la cui lavorazione non solo caratterizza le grandi specificità italiane (l’artigianato di produzione tipicamente italiano) ma seguita ad essere promotrice di lavoro, di occupazione e di contributo alla formazione del nostro PIL.

Si tratta di eccellenze, di cui solo noi italiani siamo espressione piena e per le quali non temiamo nessuna concorrenza sul mercato al punto tale che, spesso, ci ritroviamo a assistere alla mera “copiatura” dei nostri prodotti da parte di industrie di altri paesi. Nel 2006 in occasione di una mostra didattica in un comune della provincia di Milano ebbi a scrivere una “nota-manifesto” di introduzione all’evento, che riporto:

[…] noi crediamo sia lecito pensare che la “cultura del fare” possa essere la linea guida fondante di tutte le officine delle idee palesi o celate presenti ed ovunque sparse in questo nostro paese del sud Europa, la cui unicità è riconducibile e riconoscibile nella creatività e nel patrimonio artistico: le vere risorse e le sane pulsioni di uno sviluppo sostenibile […] e […] allora salvaguardare e promuovere gli Istituti d’Arte, significa assumere consapevolezza di fronte ad uno storicizzabile metodo di informare e formare le generazioni in quanto sono queste “scuole” i luoghi dell’educazione al sapere deputati per antonomasia a covare e forgiare creativi […]

Ritengo che questa frase racchiuda in se e rappresenti bene quale significato si debba essere in grado di dare agli I.S.A. Ancora oggi gli I.S.A. rimangono legati ai luoghi in cui sono insediati in quanto espressione delle culture di quei luoghi.